È uno di quei film che non guardi soltanto: ti attraversa. E lascia una traccia buona, pulita, che rimane.
Ci sono film che ti intrattengono, e film che ti ricordano chi sei quando smetti di correre.
La ricerca della felicità appartiene alla seconda categoria: è una storia che ti si siede accanto, ti guarda negli occhi e ti dice che la vita può essere dura, sì, ma che dentro ognuno di noi c’è una forza che non abbiamo ancora misurato davvero. È un film che non ti chiede di essere perfetto: ti chiede di restare. Di provarci ancora. Di credere che un domani diverso è possibile, anche quando il presente scricchiola. E’ forse il film che più si fa vedere in ogni incontro motivazionale perché ha veramente numerosi spunti su cui riflettere e mostra con sincerità e semplicità delle dinamiche complesse della comunicazione verso l’interno e verso l’esterno.
DI COSA PARLA
Il film segue Chris Gardner, un uomo qualunque che sta cercando di tenere insieme i pezzi della sua vita mentre tutto sembra sgretolarsi: il lavoro che non funziona, i soldi che non bastano, una casa che non c’è più.
E in mezzo a tutto questo, c’è un bambino. Suo figlio. Un bambino che lo guarda come si guarda un eroe, anche quando lui si sente tutto tranne che un eroe. La storia è semplice e gigantesca allo stesso tempo: un padre che non molla.
Che dorme nei bagni pubblici, che corre da un colloquio all’altro, che stringe i denti quando vorrebbe crollare.
E che, nonostante tutto, trova sempre un modo per sorridere a suo figlio.
Perché a volte la felicità non è un traguardo: è un gesto. Una promessa. Una mano che non lasci andare.
È un film che parla di dignità, di resistenza, di amore che salva.
E quando finisce, ti ritrovi a pensare che forse, anche nella tua vita, c’è qualcosa che vale la pena inseguire con un po’ più di coraggio.
Lo trovi dappertutto è un film CULT che puoi rivedere moltissime volte e raccogliere ogni volta un insegnamento diverso.